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I Maya avevano ragione. Le agenzie di rating no!

di Ranieri Razzante - Il Fatto Quotidiano 

C’è da chiedersi se la agenzie di rating vogliono la pelle dell’euro”. A pensarla così non è solo il giornalista del francese Libération, ma un po’ tutta l’Europa dopo il taglio di cesoie delle famigeratetre sorelle del rating, che hanno di fatto stroncato la politica economica di mezza Europa. Dopo aver assimilato nei mesi passati i paesi europei “periferici” a junk bond (letteralmente, titoli spazzatura), adesso hanno calato una pesante mannaia sulle misure di austerity che in un momento di crisi così grave i paesi europei sono stati costretti a varare.

Qui non si sta a sindacare i motivi del downgrading, che a nostro avviso più da che ragioni economiche sono dati da ragioni politiche, ma si intende “mettere sotto osservazione” tali “società” e capire quali siano le ragioni di base che ne muovono il giudizio. Il declassamento è sacrosanto e il Governo lo sa: se ad un piano di risanamento del bilancio non  se ne accompagna uno di crescita, il rigore finisce per distruggere investimenti, posti di lavoro. E senza lavoro l’economia non riparte ed i consumi neanche.

Le hanno definite nemico pubblico numero uno“magistratura finanziaria necessaria alla fluidità dei mercati”“cricca affaristico-finanziaria” per finire con “tavole della legge che orientano i mercati finanziari”. Di fatto parliamo di società private, finanziate da fondi speculativi e lautamente ricompensate dagli Stati (Uniti) per i loro servigi analitici. Di fatto il mondo politico europeo (ma forse anche mondiale), per dirla con Lettieri e Raimondi, irresponsabilmente ha dato alle agenzie di rating “quasi un potere di legge”. La reputazione delle agenzie non è affatto limpida, e questo per diversi motivi: innanzitutto la loro connivenza con la politica finanziaria di taluni Stati e la loro composizione sociale, che vede intrecciarsi interessi privati dei soci (il più delle volte società finanziarie, fondi di investimento, banche e tycoon della finanza). Insomma, una lunga compagine di fondi a maggioranza statunitense, che da un lato rappresentano i maggiori investitori che fanno delle rating il loro mantra; dall’altro, ne sono anche i proprietari di fatto, influenzandone i giudizi. In Italia questo si chiama conflitto di interessi.

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